In fuga dalle bombe alleate su Golfo Aranci

di Marco Agostino Amucano

Cor Jesu

Cor Jesu

Era una splendida mattina di fine maggio 1943, terzo anno di guerra.

Signor Gennaro, ci racconti di quel periodo così difficile, e quanto durò?
“Rimanemmo a Tavolara per cinque anni interi, dal 1940 fino al termine della guerra. Dormivamo stipati come sardine in grotte naturali arrangiate con giacigli di una pianta particolare, e quando andava meglio eravamo ospitati all’interno della casa a due piani dei Bertoleoni, la famiglia del cosiddetto “re” di Tavolara. Alcune famiglie di pescatori ponzesi, non più di tre o quattro, passavano la stagione della pesca nelle case dello Spalmatore da loro stessi costruite, costituendo insieme a noi una piccola comunità, finché non se ne ritornavano tutti a Ponza per svernare. Ma non eravamo gli unici e né in pochi allo Spalmatore: in un campo di prigionia ai comandi del tenente Lombardi c’erano circa trecento prigionieri italiani che stavano in due grandi baracconi di legno, ora scomparsi.”

Come vi nutrivate?
“Cavoli selvatici bolliti, porri selvatici, cime di ferule arrostite un attimo dentro i forni di calce in attività. Erano dolcissime. Non disponevamo più di reti, lenze ed ami. Cosicché, facendo ritorno periodicamente a Golfo Aranci, riuscivamo a procurarci da un commerciante i crini di coda di cavallo maschio (quelle di cavalla non andavano bene, l’urina le rendeva più fragili) e filandoli con infinita pazienza riuscivamo a produrre delle lenze adatte alla pesca. In mancanza di ami ci fabbricavamo totanare artigianali. E così pescavamo solo polpi e calamari. Bevevamo l’acqua salmastra del pozzo dello Spalmatore, che però ci provocava la diarrea. La fame era tanta, ma anche la solidarietà reciproca.”

E per il pane?
“C’era il forno dei Memmoli a Golfo Aranci, ma nel periodo finale e più duro della guerra so che si andava a recuperare di tutto, persino le bucce delle angurie buttate sulla spiaggia da qualche famiglia più ricca…Un naviglio chiamato “Cor Jesu” carico di vettovaglie, dopo essere stato danneggiato da una bomba fu trascinato sulla spiaggia. Da quel momento iniziarono le visite notturne al relitto spiaggiato da parte della gente affamata, nonostante che in qualche maniera le autorità cercassero di impedire il saccheggio della stiva per metà invasa dall’acqua. Scoprimmo così che i sacchi di farina si impregnavano solo fino ad un certo punto, e che il nucleo centrale del prezioso contenuto restava intatto ed utilizzabile. Anche le lenzuola di ottimo tessuto trafugate venivano trasformate in camicie e pantaloni dalle donne golfarancine: ci ho fatto tutto il periodo militare dopo la guerra, con quei pantaloni…Si era sparsa la voce che nel “Cor Jesu” si trovava di tutto. Una notte furono sorprese ben quaranta persone entrate nella stiva semisommersa per recuperare il recuperabile. Furono arrestate, trasferite subito a Tempio e messe in guardina. Il giorno dopo furono però lasciate in libertà e rispedite a casa perché non c’era da mangiare per tutta quella gente.”

C’è qualcos’altro di particolare che ricorda di quei giorni?
“Si, e riguarda qualcuno dei rifugiati nella grotta di Capo Figari. Ricordo che fra loro c’era una coppia di francesi, e lei era incinta. Partorì il figlio proprio lassù, dentro la grotta, durante i bombardamenti.”

Chissà dove si trova ora questo signore francese settantreenne, nato in una grotta come Gesù?

A cura di Massimo Velati

Servizio traghetti a cura di Traghettilines