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I Mufloni di Golfo Aranci – parte 2

Le abitudini alimentari dei mufloni di Figarolo

Gabbiani

Gabbiani

Il terreno di Figarolo è prettamente calcareo. La vegetazione è costituita da macchia secondaria a olivastro prevalente. Fra le piante arbustive mancano il mirto, il corbezzolo, il fico d’india, e la Calycotome spinosa. I mufloni si cibano preferibilmente del cotico erboso, seguono in ordine di preferenza, l’olivastro e il lentischio. L’ultimo posto è occupato dal cisto che è quasi ignorato. Nelle prime ore del mattino, quando la rugiada le ammorbidisce, appetiscono anche le foglie secche dell’asfodelo ormai sfiorito nel mese di giugno. Quando poi nei mesi estivi il cotico erboso scarseggia si nutrono prevalentemente di germogli di olivastro e lentischio. In virtù di rilievi condotti mediante osservazione diretta dei mufloni al pascolo, abbiamo potuto costruire un grafico in base al tipo di essenze fioristiche che gli animali consumano nelle diverse stagioni. I versanti preferiti per il pascolo sono quello occidentale e quello orientale con una certa preferenza per quelli più ventilati. Questa preferenza potrebbe essere costituita dal fatto che il vento porta con sé l’umidità  ricca di sale che proviene dal mare, e fa si che il tasso salino delle piante sia maggiore proprio sui versanti ad esso più esposti. I mufloni mostrano dunque di gradire gradire questa quota salina integrativa. L’attività  di pascolo è più intensa durante il giorno nei mesi freddi mentre l’estate i mufloni prediligono le fresche ore notturne. In ogni stagione i periodi principali di ruminazione sono quattro e durano circa un’ora ciascuno. Essi sono (con ora solare): 1) periodo serale dalle 19 alle 20 circa; 2) periodo notturno dalle 24 alle 01 circa; 3) periodo dell’alba dalle 05 alle 06 circa; 4) periodo pomeridiano, molto variabile, dalle 12 alle 16 circa. Il quarto periodo può essere anticipato (inizio alle 12) tardivo (inizio alle 15), in ogni caso è il più lungo e il più osservabile. A questo riguardo merita un discorso a parte è  l’attività  dei mufloni tra le 9 e le 18 nella stagione estiva. In questo arco della giornata infatti, come già  accennato, l’attività  di pascolo è ridotta a favore di una prolungata attività  di ruminazione e di riposo rispetto ai mesi invernali. Il periodo di ruminazione pomeridiano, pur rimanendo un fatto costante, si inserisce in questa attività , risultando nei suoi limiti temporali meno distinto rispetto a quanto avviene nei mesi da settembre a maggio. Gli stessi sposta-menti prima e dopo la ruminazione pomeridiana, risultano meno evidenti.

Gruppo di cacciatori di mufloni

Gruppo di cacciatori di mufloni

Diciamo la prolungata attività  di ruminazione nell’arco diurno indicato consente ai mufloni di smaltire il più intenso pascolo notturno. All’inizio della ruminazione i mufloni si dispongono in decubito sterno-costale, a volte brucano per un pò il cotico erboso in questa posizione, dopodiché inizia la ruminazione vera e propria. A distanza di 15 minuti circa si alzano, compiono gesti di pulizia, si guardano attorno e si ridispongono in decubito. Certe volte durante una di questa levate brucano per un pò e cambiano zona di decubito scegliendone una poco distante della precedente. Sono comunque intenti a occupazioni diverse per esempio mentre due ruminano in decubito, un terzo è dedito alla pulizia, un’altro bruca, un altro ancora ispeziona i dintorni. I piccoli fino ai 6 mesi ruminano di meno e passano il tempo che gli resta, mentre le madri ruminano, a giocare. Il periodo delle ruminazione è per i mufloni una occasione di riposo. Ruminazione e riposo sono strettamente associati. Ho osservato un muflone intento alla ruminazione pomeridiana che si accovacciava in decubito sempre sterno costale ma con il collo piegato di lato e la testa appoggiata sul ventre: dormiva. E’ rimasto così per 10 minuti. Ho avuto la possibilità  di contare e di cronometrare gli arti masticatori durante la ruminazione pomeridiana in periodo invernale ed estivo; sono risultato 45/50 atti masticatori in 35″ e una pausa di 10″-15″ fra una masticazione mericica e la successiva. Questi valori sono stati pressoché simili in ambedue i periodi, nonostante le differenze di stagione e di alimentazione. Per quanto riguarda l’abbeverata è stato cronometrato che l’assunzione dell’acqua dura in media 10 secondi per ogni muflone, e che raramente solo pochi capi bevono per più volte. Il massimo è stato visto in un maschio adulto che si è abbeverato per 3 volte, ognuna delle quali per circa 6 secondi. In genere un ovino ingerisce 39,7 g di acqua in un secondo.


Le capre di Tavolara: indagine preliminare

In uno studio del ‘ 500 si accenna alla presenza sull’isola di Tavolara di una razza di capre selvatiche “dalle lunghe corna”. Sarebbe interessante effettuare degli studi storici e paleontologici per identificare meglio l’origine e le caratteristiche di questa capra, giunta probabilmente dall’Oriente al seguito di remoti ed effimeri insediamenti umani. Altrettanto incerta è la presenza di queste capre selvatiche all’epoca del primo insediamento stabile da parte dell’uomo, cosicché non si è in grado di dire se la popolazione presente oggi a Tavolara abbia creditato i caratteri di una razza “endemica” ne se in qualche recesso dell’isola vivano ancora capre “endemiche” o simili. Sembra comunque certo che il primo insediamento umano recente (Giuseppe Bertoleoni 1807) coincise con l’introduzione di una capra di piccola taglia proveniente dalla Corsica, con mantello “camosciato” a pelo corto, orecchie piccole, in buona parte acorni oppure provviste di corna corte. Si trattava di una capra che ricorda l’attuale razza alpina. Intorno al 1870 a cura dei signori Molinas vennero introdotte nell’isola capre di taglia più grande delle precedenti, con mantello di colore bianco a pelo lungo, provviste di corna più lunghe e orecchie piccole. Queste capre probabilmente provenienti dai monti di Alà , formavano un gregge ben separato dalle capre preesistenti e occuparono un areale ben distinto (Spalmatore di fuori). Dal 1870 fino al 1920 i signori Tamponi insanguarono la popolazione locale introducendo capre e becchi di tipo maltese. Secondo alcuni in quel periodo furono introdotte alcune capre simili a quelle di razza alpina. Successivamente vi fu qualche sporadica introduzione di capre sarde dal fenotipo vario.

Golfo Aranci veduta Sud

Golfo Aranci veduta Sud

I Molinas allevavano anche ovini, bovini, suini e specie avicole, ma non trascuravano le capre che accudivano di solito per tutto l’anno. I Bertoleoni, che abitavano nello Spalmatore di Terra, alternavano l’attività  agropastorale con la pesca, cosicché a partire dal mese di maggio lasciavano le capre allo stato brado per recuperarle nell’autunno successivo. Dunque nel periodo in cui i Bertoleoni si dedicavano alla pesca le loro capre pascolavano liberamente per le zone impervie dell’isola. Era perciò possibile che qualche animale si perdesse o si reinselvatichisse, così come era probabile qualche accoppiamento fra capre domestiche e selvatiche o reinselvatichite. E’ certo che in autunno, riportando le capre dalla montagna alle abitazioni, non era raro per il pastore ritrovare in mezzo al proprio branco alcuni capi sconosciuti, probabilmente selvatici o incroci tra selvatici e domestici, integrati socialmente con questi ultimi. Gli animali estranei mostravano una spiccata diffidenza verso l’uomo e avevano la tendenza a distaccarsi dal gregge e fuggire. Per questo il pastore, quando si accorgeva della loro presenza, metteva in opera opportune tecniche di cattura. Queste capre e solo queste mostravano, a differenza di quelle domestiche, una pattina dorata che ricopriva la dentatura o una colorazione dorata dello smalto. Anche questa notizia suscita diverse ipotesi: si potrebbe pensare a una caratteristica genetica oppure ad una alimentazione particolare. Probabilmente questa ipotesi è la più attendibile ma la risposta potrà  venire da rilievi diretti e opportune analisi.

Tavolara

Tavolara

Dai primi anni ‘ 70 le capre di Tavolara vivono allo stato brado: ciò ha favorito ripetuti incroci creando una notevole varietà del fenotipo. Stato attuale: Secondo le testimonianze degli anziani frequentatori dell’isola, su un territorio esteso circa 750 ettari pascolerebbero 350-400 capre. Non è stato effettuato nessun censimento recente, cosicché per il momento si può ritenere questo dato abbastanza verosimile. Tra i fattori limitanti la popolazione caprina di Tavolara sono da annoverare alcuni predatori come l’Aquila reale (Aquila chrysaetos) e il Corvo imperiale (Corvus corax), da me osservati unitamente alla poiana (Buteo buteo) e al Falco pellegrino (Falco peregrino). Tra i probabili predatori vi sarebbero anche i ratti, che ultimamente sono notevolmente diminuiti. E’ invece da stabilire se il gatto selvatico (Felis libica) sia effettivamente estinto. Pare che sia ancora praticato il bracconaggio soprattutto nei mesi primaverili, quando abbondano i capretti. Inoltre nel dopoguerra le capre sono state colpite da una malattia infettiva e contagiosa ad esito spesso mortale non meglio identificata. Negli ultimi decenni non sono state invece osservate patologie evidenti. Da quanto esposto si intravede quanti siano gli argomenti che sarebbe opportuno approfondire. Uno dei principali riguarda la dinamica della attuale popolazione alla quale in questo momento è impossibile risalire, ignorando di conseguenza l’impatto sul territorio. Si è di fronte a una lacuna preoccupante in considerazione del fatto che un eventuale sovrannumero di capre sull’isola, date le loro abitudini alimentari, potrebbe causare gravi problemi di degrado ambientale.


Le capre di Tavolara

Osservazioni personali

Capre

Capre

Allo scopo di compiere un primo approccio allo studio delle capre di Tavolara per valutarne quali siano le possibilità  di fare luce sul loro comportamento, sull’organizzazione sociale, sulle condizioni sanitarie e nutrizionali, ecc. ho effettuato un periodo di quattro giorni di osservazioni sul campo (dal 12 al 15 settembre 1995). Nonostante la difficoltosa percorribilità  del territorio, l’isola offre la possibilità  di raggiungere ottimi punti di osservazione dai quali è possibile controllare praticamente la maggior parte dell’areale. Un ostacolo all’osservazione è costituito dagli anfratti e dalla fitta vegetazione presente in buona parte dell’isola. A questo proposito è opportuno ricordare che è vietato addentrarsi nel comprensorio militare senza apposite autorizzazioni. Le cattive condizioni meteorologiche non mi hanno permesso di raggiungere la parte più alta dell’isola. Ho avuto la possibilità  di osservare assiduamente un piccolo branco che gravita nel medio e basso versante attorno allo Spalmatore di Terra. Esso è costituito da 21 capi di cui 6 femmine, 4 giovani sotto l’anno e 11 maschi. I maschi sono in eccedenza rispetto alle femmine. Una delle cause potrebbe essere rappresentata dal bracconaggio in quanto, come è ben noto, si prediligono le prede femmine e i capretti. Provvisoriamente e in via riassuntiva i fenotipi possono essere distinti in tre gruppi:

  • Gruppo a mantello bianco, con capre provviste di corna che nei maschi raggiungono lunghezze notevoli, le estremità ritorte a spirale e divergenti. I padiglioni auricolari sono medio grandi, talvolta pendenti. La taglia è media con un’altezza al garrese valutabile, negli adulti, intorno ai 70 cm. Il peso, secondo alcune testimonianze, può raggiungere nei maschi i 90 Km circa. Il mantello è a pelo lungo e rado. E’ questo il fenotipo più diffuso anche se presenta una certa variabilità nella tonalità di colore del mantello: tendente al grigio diffuso o al pezzato rosso.
  • Gruppo “camosciato”, con lista bianca sulla regione frontale e nasale bordata di nero; il nero di alcuni capi si estende fino a interessare tutta la testa. Una riga mulina nera più o meno lunga, parte dal collo sino alla coda; ugualmente nera è la parte più ventrale del tronco e distale degli arti. La restante parte del mantello si presenta di color camoscio con qualche piccola chiazza bianca in alcuni soggetti. Il pelo è rado oppure lungo; le orecchie sono piccole o medie e anche le corna, piccole nella femmina, non raggiungono nei maschi le dimensioni dei cospecifici in precedenza descritti.
  • Gruppo a mantello bianco e nero, con bianco che prevale nettamente. Il nero è limitato soprattutto alla testa e a una larga riga mulina, a volte incompleta, che va dal sincipite alla coda. Gli arti sono prevalentemente neri. Le corna sono di media grandezza e le orecchie medio grandi; il pelo è lungo e rado. Non ho osservato capre acorni. Nell’ambito di questi 21 capi rimane ben distinto un gruppo costituito da cinque maschi anziani; gli altri si riuniscono in gruppetti composti per lo più da una o due femmine, un giovane sotto l’anno e talvolta un maschio sicuramente dominante sugli altri maschi. I cinque maschi anziani non accedono alle femmine. A volte sono solitari ma di solito fanno gruppo a sé. E’ stato possibile avvicinarli a una distanza di 50 metri di giorno e 20 metri all’imbrunire. Quando avvertono il pericolo si fermano immobili anche per parecchi minuti ed emettono a tratti un suono d’allarme labiale e secco che mette in allerta tutte le capre che praticano i dintorni. Le femmine giovani se ne stanno sempre a maggiori distanze (150 m in media) e assumono un atteggiamento più guardingo e diffidente. Nei gruppetti misti le femmine sembrano svolgere la funzione di guida. Il maschio le segue pronto ad accoppiarsi con quelle recettive. Anche a settembre è possibile osservare il becco invitare all’accoppiamento una femmina secondo il tipico cerimoniale: colpi di muso alla regione inguinale, flehmen, colpetti con la zampa anteriore sulla faccia laterale dell’arto posteriore e se la femmina non è recettiva, breve tentativo di monta seguito dalla ribellione e allontanamento di quest’ultima a cui spesso segue il movimento degli altri componenti del gruppo. Questi animali nei loro spostamenti sono piuttosto abitudinari. L’area più frequentata di sera dalle ore 17 in poi è quella medio – alta presso Punta la Mandria dove, verso le 18, si dispongono a ruminare. Il mattino successivo scendono verso lo Spalmatore di Terra che raggiungono intorno alle 11. Se non sono disturbate arrivano alle spiagge e si avvicinano alle abitazioni. Verso le ore 13 si radunano a Nord-Est dello Spalmatore per la ruminazione. Di pomeriggio proseguono seguendo la costa oppure risalgono verso il medio versante Nord – orientale. Alla sera tendono a raggiungere Punta la Mandria ma spesso si attardano a pascolare all’imbrunire presso lo Spalmatore di terra. E’ difficile osservare tutti i comportamenti di questo branco assieme; i singoli gruppi godono di una certa autonomia di movimento, mentre il gruppo di maschi anziani non segue alcuna regola fissa. Durante un’escursione verso la cima ho osservato alcune femmine dal mantello completamente bianco facenti parte sicuramente di un altro branco che occupa un reale più elevato. L’immagine di due maestosi esemplari di un’altra cengia a picco sul mare è un invito stimolante a proseguire le osservazioni e l’indagine sulla fauna selvatica di quest’isola meravigliosa
A cura di Roberto Serra Medico veterinario
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